Omaggio a Corrado Ottaviani
(Città di Castello 1944 – 1999)
Vero testimone del fermento artistico tifernate, raccoglie e sintetizza tutta l’esperienza di una linea estetica che parte dal suo conterraneo Alberto Burri, passa da Piero D’Orazio, riflette gli umori concettuali di Sol LeWitt (appassionata presenza umbra per molti anni) ed elabora una sua specifica cifra espressiva all’interno del cosiddetto Gruppo 13 x 3, costituito assieme a Gino Meoni, Piero Pellegrini, Elio Mariucci, Gabrio Rossi.
Nell’organizzare questa edizione del Premio “Solstizio d’estate” abbiamo pensato di rivolgere la nostra attenzione, così come faremo nelle prossime edizioni, alla storia dello scenario artistico di Città di Castello, quella meno conosciuta, ma altrettanto ricca di prospettive estetiche, per realizzare una “mappatura” delle presenze artistiche più significative. Corrado Ottaviani incarna questa Storia “minore” fatta di esaltante impegno creativo, ricerca costante in cui il colore e le sue interne forme rappresentano il principale motivo del suo “fare” artistico. Il suo lavoro artistico è un’operazione che va ben al di là della stessa produzione di un’opera, infatti, la compie come uno stimolo ulteriore per se stesso, come il risultato di un complesso agire creativo che a partire dalla formulazione del pensiero, lo traduce in un’immagine ricca di spunti di lettura, cioè di comunicazione. La sua tecnica espressiva costituisce una naturale estensione della propria puntigliosa ricerca sulla forma, sull’intersezione delle linee e delle campiture di colore, sulla modulazione e la variazione dei colori. Le opere dell’artista tifernate, punto d’arrivo di una concisa riflessione sulla necessità dell’equilibrio, del movimento e della luce, possono essere viste come spunto per una nuova ricerca, indirizzata sempre nella direzione di un astrattismo a cavallo fra passione e ragione, emozioni e logiche rappresentazioni geometriche. Per quanto riguarda la sua autonoma posizione nell’ambito dell’arte umbra, l’invenzione sta nei rapporti tra le forme esistenti in natura. Egli lavora con forme geometriche elementari; studia e inventa rapporti più comunicabili tra loro, pensando che l’Arte Astratta sia uno dei modi per indagare un ordine futuro, una ragione dell’inconscio che si rivela in forme e colori comprensibili. Continuando a indagare, coglie e osserva con precisione analitica, cerca nuovi linguaggi espressivi, prima indagati altrove, ma mai divenuti suoi fino in fondo. Guarda dentro, oltre, al di là degli oggetti, li percorre per capire come possano essere fatti, cerca le orme che lasciano lungo la loro esistenza. Dalle opere esposte apparirà chiaramente come la sua pittura tenda non alla rappresentazione della realtà, ma piuttosto allo svelamento dell’identità interiore. Ed è esattamente questo, probabilmente, il messaggio che possiamo cogliere nella sua opera: l’uomo deve indagare con intensità, a partire dalla caotica incomprensibilità della realtà, una superiore condizione di ordine e armonia, senza però mai escludere l’elemento irrazionale, la fantasia, l’immaginazione, a cui è dovuta la dinamicità del reale.
Pino Bonanno